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Nulla sarà più come prima

> Di Ercole Incalza >>

 

Nel 2003, per motivi di lavoro, ho trascorso alcune settimane a Bagdad. Essendo in quel periodo l’Iraq ancora in stato di guerra, ho vissuto una esperienza davvero strana per la mia generazione di cittadino di una realtà territoriale come l’Europa che dal 1945 non aveva conosciuto esperienze belliche. Vivere l’esperienza del coprifuoco, dormire nei piani bassi degli alberghi per evitare di essere colpiti da missili, disporre di un’arma personale e così via era stata per me una sensazione anomala. Lo era perché si trattava di un fenomeno esogeno a cui io e i miei coetanei non avevamo, in nessun modo, potuto vaccinarci nel tempo.

Così per avere una sensazione diversa dalla guerra ma, senza dubbio, scatenante in termini di coinvolgimento generalizzato, dobbiamo andare indietro nel tempo quando nel biennio 1919 – 1920 l’Italia e il mondo intero hanno vissuto la esperienza della epidemia denominata “spagnola”. Una tragedia enorme con un numero elevato di morti; un evento che il nostro Paese viveva solo ad un anno di distanza dalla conclusione di un altro fenomeno esogeno come la prima guerra mondiale e quindi la nostra popolazione e la intera popolazione del pianeta era quasi rassegnata a vivere simili eventi, eventi di fronte ai quali non era possibile opporsi.

Molti in questi giorni ripetono che abbiamo già vissuto  esperienze analoghe come la “asiatica” oppure il “virus ebola”, tanti dimenticano però che quello che stiamo vivendo è un fenomeno diverso in quanto ha intaccato tanti comparti di ciò che definiamo “fattori economici portanti” di  un Paese: la logistica, la sanità, la scuola, il turismo, la produzione, le abitudini del vivere comune. Quello che stiamo vivendo, quindi, non è comparabile con quelle forme epidemiche già vissute dai miei coetanei.

L’angoscia che ormai tutti viviamo non è solo quella di incorrere in una triste esperienza sanitaria quanto quella di assistere al crollo, forse irreversibile, del vivere comune. Approfittiamo allora di questo fenomeno ricordando che ha colpito tutti e con questo non voglio invocare il detto “mal comune mezzo gaudio” ma “democraticamente” tutti stiamo capendo che qualcosa sta incrinando non le comodità acquisite ma le “abitudini” che, come dicevo prima, caratterizzavano il vivere comune e quindi tutti, dico tutti, dovremmo essere disposti a rivedere con maggiore attenzione la ridondanza dei servizi sanitari: sì la ridondanza di strutture ritenute inutili e, quindi, annullate; a rivedere responsabilmente l’assetto della nostra offerta logistica evitando una concentrazione degli Hub in limitati ambiti territoriali del Paese; a rivedere le logiche mediatiche con cui, da sempre, abbiamo venduto al mondo l’Italia; a rivedere integralmente le logiche produttive abbandonando la correlazione tra ambito della produzione e costo del lavoro e quindi a comprendere meglio le positività e le negatività della globalizzazione.

In fondo se riuscissimo a capire la opportunità che ci sta offrendo questa esperienza forse potremmo dire, fra qualche mese, che abbiamo iniziato la costruzione di una nuova vita. Io ricordo sempre che agli inizi del 2008 fu il mondo dell’autotrasporto delle merci a pre-allertarci sull’arrivo della crisi economica, fu il mondo dell’autotrasporto e in genere della logistica ad anticipare un crollo del Prodotto interno lordo e queste anticipazioni erano in contrasto con i dati della Banca d’Italia, della Banca centrale europea e del ministero dell’Economia e delle Finanze che, invece, prevedevano crescite del Pil per il 2008 superiori al 3,5%. Le anticipazioni del mondo della logistica erano legate proprio al crollo delle ordinazioni.

Tale capacità previsionale mi portò a rendere simile questo comparto a quello dei cosiddetti “linfonodi sentinelle” che, nel campo oncologico, rivestono un ruolo di grande utilità perché pre-allertano gravi evoluzioni patologiche; ritengo che questa grave esperienza che in pochissimi giorni ha messo in ginocchio l’intero sistema logistico del Paese condurrà i vari responsabili che consentono al Paese di crescere o di decrescere a rivedere integralmente le logiche con cui hanno inseguito il mondo della produzione. Logiche quasi sempre passive e non attive, logiche prive di scenari strategici e, soprattutto, basate solo sul recupero di margini limitati perché nel maggior parte dei casi sottoposti a forme concorrenziali assurde.

Lo so, è difficile pianificare l’assetto logistico di un Paese come il nostro, lo so che è difficile far capire che la distribuzione di piastre logistiche all’interno del Paese non può essere legata ai vincoli decisionali delle singole realtà regionali, lo so che in molti casi la ubicazione di un impianto intermodale viene vissuto come un successo politico, come una automatica ricaduta occupazionale; tutti questi convincimenti stanno, proprio in questi giorni, crollando ed il Paese invece chiede, proprio in questi giorni, una offerta logistica diversa non strettamente legata agli ambiti della produzione, non ubicata integralmente nell’Italia del Nord.

Gli operatori della logistica non potranno dimenticare questo crollo diffuso della domanda, questo folle protrarsi dello stoccaggio, questa incapacità di prevedere le possibili evoluzioni del fenomeno e sicuramente utilizzeranno questa pesante esperienza per ritornare ad essere attori chiave della crescita economica.

Quindi questa grande occasione di meditazione e di autocritica sugli errori commessi ci porterà giorno dopo giorno verso un diffuso convincimento: forse nulla in futuro sarà più come prima ma forse tutti potremo riconoscere e scoprire un futuro che, proprio in base a tale non bella esperienza, sarà o almeno potrebbe essere migliore.