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Unfit. Ma nessunolo scrive. Colpevolmente

> DI Pietro Romano >>

 

Unfit. Unfit. Unfit. Quanto si addice questa triplice accusa di “inadatta” alla classe dirigente di mezzo mondo (e più). La stessa accusa che l’Economist rivolse a Silvio Berlusconi dichiarandolo fin dalla copertina inadatto appunto a governare l’Italia, rara ostentazione di spocchia e di spiccata allergia per la democrazia.  Peccato che l’accusa non sia rilanciata oggi dal settimanale delle elite mondialiste pur con tante più prove a disposizione. 

A Hic et Nunc interessa, adesso, il comportamento di fronte al virus che sta piagando il mondo, Cina e Italia per ora in testa. Perfino l’osannato (dai capitalisti) dittatore comunista (a modo suo) cinese Xi ha toppato pesantemente e i suoi errori potrebbero addirittura metterne a repentaglio la carriera, se non qualcosa di più importante.

Per rimanere all’Italia, la classe dirigente tutta non esce bene dalla lotta al morbo così come condotta finora. In testa il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che all’inizio ha minimizzato la gravità del contagio e pensato solo a come mantenersi in equilibrio sul filo teso del politicamente corretto. Nemmeno i suoi alleati, l’opposizione e gli amministratori locali hanno però brillato in questo periodo e lo stesso vale per i guru dell’economia e perfino della medicina, passati in tanti dalla sottovalutazione alla drammatizzazione dell’epidemia nel giro di pochi giorni.

Nel prosieguo della vicenda non è che siano migliorate di molto le cose. Non circoscrivere le zone rosse. Non fermare la fuga dalle località infette alle zone precedentemente non colpite: dalla Toscana in giù, provincia di Pesaro esclusa, il contagio è stato solo portato, mai endogeno. Correre dietro a un po’ di sostegno sindacale restringendo l’orario di apertura dei negozi alimentari, e allungando così le fila e moltiplicando i rischi da contagio. Nessuno di questi comportamenti (o mancati comportamenti) appare un modello da seguire. Anche se poi la ricetta italiana sia stata parzialmente copiata in altri Paesi europei la valutazione complessiva non cambia. A fare la differenza, semmai, sono stati l’eroismo dell’universo sanitario, il funzionamento delle strutture mediche e assistenziali pubbliche e anche private, la straordinaria, consueta reazione italiana alle emergenze vere. 

Clamorosa, nell’epoca della pan-comunicazione, la scarsa qualità dell’informazione, pubblica e privata, con tutti a parlare di tutto, esponenti delle istituzioni a bisbigliare, gente dello spettacolo o beniamini dei social ad alzare la voce, i media mainstream a intonare la messa cantata o il de profundis a giorni, e soprattutto persone, alterni. Rimanendo in Italia (ma non è che fuori dai confini nazionali sia andata in maniera molto più soddisfacente) basti pensare alla confusione comunicativa scaturita da Palazzo Chigi, con il capo del governo a trasmettere appelli e proclami su un’emergenza nazionale utilizzando una piattaforma social americana dal suo profilo personale. Esistono temi di rilevanza pubblica, di chiarezza dei ruoli che non possono essere affidati all’indirizzo di un soggetto transeunte: devono rimanere istituzionali. Se si ha rispetto e, soprattutto, si vuole il rispetto delle istituzioni.

Su queste ferite in tanti hanno preferito, in nome della emergenza, non versare sale. Speriamo solo che il contrasto all’emergenza e le sue esigenze non costituiscano, però, la foglia di fico per sperimentare alcuni nostri limiti. A esempio, la sopportazione di un crescente affievolimento della democrazia. O l’accettazione di provvedimenti ordinari, quali il rinnovo dei vertici di società controllate dal Tesoro, nascosti tra le pieghe del momento critico.