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SCIVOLONE DELL’INAL O DEPRIVATIZZAZIONE?

> Di Luca Lippi >>

 

Le imprese sono fondamentali e vanno tutelate a 360 gradi. La loro funzione, assolutamente necessaria, emerge da un ragionamento piuttosto elementare. Il funzionamento del nostro Paese poggia su tre pilastri: quello del pubblico impiego che è la parte garantita e che costa circa 170 miliardi l'anno; poi c'è il pilastro degli assistiti, parte costituzionalmente prevista, sono i pensionati, pensionati reversibili, invalidi...costo 370 miliardi l'anno; terzo e ultimo, ma non ultimo, sono i produttivi, che pagano le tasse sopra la loro ricchezza e servono sostanzialmente a pagare il pubblico impiego, la sanità, tutte le pensioni e tutte le forme di assistenza.

Data la premessa, il pronunciamento dell’Inail che rubrica l’insorgenza del covid19 come infortunio sul lavoro, non può che essere una ‘svista’ clamorosa o l’esaltazione dello slogan ‘state a casa andrà tutto bene’.

Andiamo con ordine: un infortunio sul lavoro è una conquista importante, ha traghettato il lavoro da schiavismo a prestazione d’opera tutelata e garantita nel suo corretto e sicuro svolgimento funzionale. L’infortunio, comunque, deve essere strettamente legato al tipo di manodopera esercitata e ai locali che ne delimitano l’esercizio. Il covid può, forse, essere rubricata come infortunio sul lavoro per i sanitari, ma non si capisce perché dovrebbe esserlo per tutte le altre attività. 

Contrarre un virus non può essere responsabilità di un imprenditore, è responsabilità del destino come per uno studente o un pensionato o un dipendente pubblico (giacché il pubblico andrà certamente in autotutela). La decisione dell’Istituto Nazionale Assicurazioni infortuni sul lavoro sarebbe un ottimo motivo per non consentire a milioni di aziende private di non ripartire. Già le condizioni di mercato non garantiscono più qualsiasi modello di business, se a questa preoccupazione aggiungiamo pure che un dipendente può reclamare l’infortunio sul lavoro denunciando civilmente e penalmente il datore di lavoro, allora non solo è sconveniente ripartire, ma addirittura diventa decisamente sconsigliabile.

Ovviamente l’eventuale denuncia sarebbe strettamente legata all’insufficienza delle misure adottate in azienda per mettere in sicurezza tutti i lavoratori da un eventuale contagio. Domanda: quali sono le misure dettagliatamente e ufficialmente comunicate agli imprenditori? Non esiste un protocollo.

Intanto in questi giorni abbiamo capito che gli scienziati non sanno ancora quali sono tutti i vettori di trasmissione del covid, quindi non può esistere un protocollo da seguire per evitarne la trasmissione. Inoltre, non esiste un protocollo per sollevare l’imprenditore da alcune responsabilità. Per esempio dettare regole rigide e chiare per ogni filiera produttiva per le quali, solo manifestandosi l’inottemperanza, l’imprenditore può essere sanzionato o perseguito a ‘norma di legge’. La sanificazione e la protezione dal contagio per i dipendenti sono all’arbitrio del datore di lavoro. In sostanza ci troviamo in un territorio senza alcun limite scientifico e soprattutto normativo, tutti sono in balia degli eventi, dipendenti e datori di lavoro.

A questo punto, ai sindacati sarebbe sfuggito un particolare piuttosto importante: gli imprenditori rimarranno tutti a casa, e per molti di loro ‘andrà tutto bene’ e anche tutti i dipendenti rimarranno a casa, e per loro andrà un po' meno bene. Contestualmente sfugge anche il fatto che un imprenditore può scegliere di lasciare a casa qualcuno e far lavorare altri, per esempio si potrebbe scegliere di lasciare a casa un dipendente sindacalizzato, e con la vaghezza della normativa attuale, diventa anche un obbligo dettato dalla legittima difesa!

Una grande azienda si troverà costretta a lasciare le linee produttive al massimo della loro portata con il minor numero possibile di addetti per minimizzare il rischio di cause legali. I dipendenti che resteranno a casa verranno inevitabilmente licenziati. Per loro non ci sarà neanche il contributo del datore di lavoro che si terrà lontano dall’anticipare la cassa integrazione vista la scarsa munificità dello stato nell’onorare i suoi debiti.

Ultima opzione per un piccolo imprenditore, quella di fare rientrare al lavoro i dipendenti che hanno avuto la sfortuna/fortuna di avere contratto il virus, quindi immuni. Gli altri fuori, perché non si comprenderebbe come mai ci si debba assumere il rischio che un collaboratore contragga il virus in autobus o a casa accollandolo al datore di lavoro.

In conclusione, tutti quelli che rimarranno a casa, giacché non ci sarà nessun presupposto perché tutto torni alla normalità (due mesi di fermo economico non si potranno mai recuperare) oltre non percepire la cassa integrazione, appena sarà possibile saranno anche licenziati, perché ‘andrà tutto bene’. Avrà un gran da fare il neoeletto presidente di Confindustria Bonomi.