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DECRETO RILANCIO CORTO COSA RIMANE SCOPERTO

> Di Luca Lippi >>

 

Il decreto rilancio ha cominciato a prendere forma, aspettiamo l’esame del Parlamento per le correzioni. Nell’attesa una certezza c’è, la conferma che la coperta è corta e che a rimanere scoperti sono proprio i piedi che servirebbero a camminare.

Allo stato dell’arte, questo decreto non ristora e non rilancia, questo non tanto per insufficienza di fondi ma per il ritardo di oltre 70 giorni che è costato molto più dei 55 miliardi a deficit messi in campo, e anche volendo aggiungere i 25miliardi già spesi, il danno è talmente ampio che non c’è il ristoro di nulla. Per essere pragmatici, hanno buttato 55 litri di benzina su un’auto ma non nel serbatoio, l’auto non riparte e il deficit aumenta.

Con i numeri si riesce a capire meglio cosa servirebbe realmente al rilancio. La produzione industriale italiana, fatta base 100 di produzione industriale nel 2008, con la crisi del secondo semestre del 2009 è la produzione industriale è crollata a 65, salvo poi riprendersi per navigare tra i 70 e gli 80 punti base fino alla crisi sanitaria. Importante rilevare che la produzione industriale del resto dei paesi del G7 ha sempre navigato sopra l’Italia. Ad oggi, il crollo diffuso, per colpa del virus, sempre base 100 punti, mostra oggi l’Italia a 57,2 punti base, siamo ultimi (penultima la Francia che segna 76). Questo è un crollo dal quale difficilmente ci si può riprendere, soprattutto in un mondo globale e iper competitivo. Il virus è stato un ‘acceleratore’ formidabile di un declino già ben impostato che ha concentrato almeno 7 anni di discesa in soli due mesi.

Quando un distretto industriale crolla, è difficilissimo che si riprenda, più facile che se ne avvii uno nuovo. È pieno di scheletri di centri industriali nel nostro Paese ma non solo. E allora, in questa situazione bisogna solamente stare attenti a chi sarà stato capace di mettere al sicuro i capitali prima del crollo e potrà comprare a saldo tutto quello che resta, grazie a chi si ostina di non voler mollare la nave che affonda. Quello che resta non può che essere la solita eccellenza italiana ma che da sola non potrà certo farsi carico di un intero Paese. 

Purtroppo il danno più rilevante è il comparto del turismo per il quale sono stati previsti aiuti pari all’esempio dell’auto e della benzina. 

Il sospetto fondatissimo è che l’esecutivo, forte del consenso di 40 milioni di persone mantenute da 20 milioni di produttivi, sia stato obnubilato per provvedere a guidare realmente la ripresa. Mai come in questo frangente la Confindustria di Bonomi sarebbe stata necessaria, per indicare come fare entrare la benzina nel serbatoio per esempio. Troppi beneficiari hanno trasformato una pioggia di aiuti in una pioggerellina senza alcuna utilità. Ovviamente non tutto è sbagliato, però è tardivo e poi c’è l’incubo della mancia elettorale, perché con i numeri attuali è impensabile credere di rivedere la luce, per chi sopravviverà, prima del secondo semestre del prossimo anno.

In questa fase, ci stiamo rendendo conto che la maggior parte degli imprenditori non sono i grandi capitalisti di cui si è favoleggiato negli anni. In due mesi di fermo l’impresa è andata in crisi per mancanza di liquidità. Forse questa sventura potrà aprire gli occhi a tutta quella parte di garantiti e assistiti, perché l’imprenditore non è mai il male assoluto. Una pressione fiscale che si avvicina a un complessivo 60%, risorse necessarie a sostenere la macchina statale, hanno mortificato negli anni il lavoro dei capitani d’industria. L’Italia ha infilato per trent’anni sei persone dentro una ‘500’ senza preoccuparsi della manutenzione, oggi che è finita con una ruota in una buca non riparata con tempestività, sta crollando tutto velocemente. 

Il disagio derivante dalla crisi sanitaria non può vedere una risoluzione veloce, il futuro, mai come oggi, è nelle mani di Confindustria e Confartigianato. Abbiamo bisogno di una ripresa della politica industriale, e forse sarebbe anche il caso di far salire in cattedra Carlo Bonomi.