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Accordo europeo, si fa presto a esultare

 

Di Pietro Romano

 

Probabilmente la più importante decisione economica adottata dall’Unione europea dopo l’adozione dell’euro è stata presa la mattina di martedì 21 luglio. Il varo del Fondo per la ripresa, associato al Bilancio comunitario, possiede un valore sia economico sia politico rimarchevole. 

Detto questo, ci pare perlomeno esagerato il modo in cui molti commentatori, italiani e non solo, abbiano salutato la giornata. Non sarà il “teatrino politico” descritto causticamente dal commentatore britannico Ambrose Evans-Pritchard sul quotidiano “The Telegraph” ma non è nemmeno la “svolta” tanto attesa. Uno dei pilastri principali della politica comune – il fisco – non è stato punto scalfito e su questo fronte hanno indubbiamente vinto Paesi – i cosiddetti “frugali”, tutti o quasi guidati da governi di centrosinistra - come l’Olanda, l’Austria, il Lussemburgo che già avevano conquistato una posizione molto importante eleggendo, a sorpresa, il ministro irlandese dell’Economia, Pascal Donohoe, a capo dell’Eurogruppo, dimostrazione della forza che hanno nella Ue i “paradisi fiscali”.

Rispetto ai peana preconcetti – e anche allo “stracciarsi le vesti” degli anti accordo, ambedue a nostro parere sopra le righe – forse è più accorto far parlare, dell’intesa, i numeri e soprattutto la tempistica e i meccanismi, per quanto li si possa conoscere al momento in cui si scrive, a botta calda.

Prima di tutto, qualche confronto. Gli Usa si apprestano a cancellare prestiti pubblici alle micro e piccole imprese per 518 miliardi di dollari. Vale a dire 452 miliardi di euro. Un importo, sia pur settoriale, superiore a quello dell’accordo europeo, raggiunto oltre tutto al culmine del vertice politico più lungo della storia contemporanea. E il Giappone ha stanziato un trilione (vale a dire mille miliardi) di dollari solo in progetti assistenziali e per il rilancio della piccola e media economia.

Passando all’Italia, è indubbio che il nostro Paese si sia assicurato una fetta molto ampia tanto di contributi a fondo perduto quanto di prestiti (al momento rispettivamente 81 e 127 miliardi circa) ma è altrettanto certo che abbia confermato in tal maniera il poco invidiabile ruolo di “grande malato d’Europa”. Un ruolo che ci calza, in verità, solo in parte. Basti pensare che nei tre mesi di confinamento soltanto sui conti correnti tricolori si è riversata una massa ulteriore di 31 miliardi di euro di risparmi. Nel contempo, però, la Commissione europea prevede che l’Italia nel 2020 e nel 2021 metterà a segno le peggiori prestazioni economiche continentali. Una dicotomia spiegabile – è sicuro - ma per la quale in questa sede non c’è spazio.

Questi fondi, comunque, anche quelli a fondo perduto, non saranno messi a disposizione da terzi. Il loro equivalente, in obbligazioni, verrà posto sul mercato e dal 2026 in poi andrà restituito agli investitori. Per fare ciò, l’Ue dovrà chiedere maggiori contributi ai membri o sviluppare una nuova forma di autonomia fiscale. Vale a dire pretendere altre tasse. Come se il livello di pressione fiscale fosse, in Italia e altrove, basso. 

La parte dell’accordo forse più conveniente economicamente, e anche meno politicamente impegnativa, è quella dei prestiti, a lunga scadenza e basso tasso d’interesse. Ma ai prestiti un Paese può ricorrere – così pare, al momento in cui scriviamo - solo dopo aver esaurito l’intero importo del fondo perduto. In sostanza, perlomeno dal 2024. A fondo perduto o in prestito che siano, questi fondi sono vincolati. Possono essere spesi, ma con una serie di condizionamenti. Il denaro, inoltre, non è gettato a pioggia sulla folla da un elicottero. Verrà erogato, giustamente, sulla scorta di piani concreti e strutturati. Gli stessi piani che non si riesce a proporre ai risparmiatori, italiani e stranieri, determinando la dicotomia della quale si scriveva poc’anzi.  Piani difficile da elaborare senza scalfire macigni, come la mala-burocrazia e la mala-giustizia, che da tanto tempo frenano il sistema Italia. E sicuramente faranno del loro meglio per frenare, se non bloccare, le prospettive di crescita oggi apparentemente di fronte a noi. Trasformandole in miraggi.